Oh chitarra romana, accompagnala tu

14/09/2015 alle 17:54.
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Il 26 febbraio 2002 Victor Hugo era nato da duecento anni e Sasha Danilovic soffiava sui suoi 32 con tutta calma. Domani niente allenamento, da un anno e mezzo aveva deciso di non tirare più da tre.

Quella sera, a guardarlo bene, Luis Enrique non sembrava poi così vertical e era ancora nella Loira quando all'Olimpico arrivó Carles Rexach: quarant'anni di ma proprio niente a che vedere con la virile e pronunciata scucchia degli altri tre. Il terzo dei tre, Fabio Capello: due anni-due titoli, oltre alla boria inconfondibile di chi è stato valore aggiunto e ora medita di sottrarsi.

Il 26 febbraio di quattordici anni fa è stato l'ακμή della Roma. Una vetta simultanea, roba da cristallizzare nel tempo. Io non so perchè non lo si ricordi pedissequamente nelle scuole quel momento. Perché debbano esser ricordati il Concilio di Trento e il Trattato di Versailles e, viceversa, dai programmi didattici venga ostinatamente occultata quella data.

Forse perché fu una vetta virtuale. Prima in campionato e - verso le undici di quella sera -prima anche nel suo girone, il girone B, secondo di . Prima dappertutto. Ma la classifica parziale non conta. Peró c'era arrivata. Peró non basta. E peró s'era arrampicata tanto in alto. Troppo, per non svanire insieme ai sogni appesi.

Il 26 febbraio la Roma s'era preparata a mantecare crema alla catalana con lo scudetto cucito addosso. Un lembo di stoffa serigrafato troppo presto passato ad altra destinazione d'uso. C'avevamo messo così tanto a raggiungerlo. Sarebbe andata così. È andata così. Solite maglie, solite strisce. Soliti rimpianti e soliti sospetti.

Eccoci qui, due papi e tre sindaci dopo...Troppo giovani per non sperare in un altro 3-0 e troppo vecchi per non rammentare il nitore di una tra le pagine più vivide stampate a colori giallorossi in Europa.

Ci guardavano tanti, ci gufavano i sorci, ci applaudirono tutti.

Era bellissima Lei, quella sera.
Giocó uno dei secondi tempi migliori della Sua storia. Ma anche nel primo, pur senza sbloccarsi, percepivi nell'atmosfera il ruffiano bisbiglio dell'imminente. La ritmica sinuositá dei Suoi passi.Erano bellissimi e irripetibili anche i quasi 69.000 paganti.
Un bacio lassù, per chi L'ha amata e ora non c'è più. A Fabrizio. A chi s'è perduto per strada.
O magari i persi siamo noi.

Di non bello era solo la maglia, concepita in ossequio alle nuove frontiere del calcio globalizzato, che provó a deformarLe i connotati.
Mezzi e mezzi, sembravamo la contrada del Montone. Peró c'era giovane e bello. Lui, più che un fantino, sembrava Ganimede. Piaceva indistintamente a donne e uomini. Piace. E piaceva soprattutto agli dei del calcio, che decise di appagare con i consueti celestiali arabeschi. Piacque molto meno a Puyol e Christanval e alla colonia dei non scarsi olandesi, al malconcio Rivaldo e al pischello Xavi, che osservó dalla panchina le giocate del neo entrato e decisivissimo Montella e gli strappi di un incontenibile Cafu.

Ci sentimmo forti senza esserlo fino in fondo. Perchè non si è forti fino in fondo se non si è maturi. E pagammo, alla lunga, come sempre, fino all'ultimo centesimo. Non arrivammo.

Niente fu bello come le stelle di sera, quella sera del 26 febbraio. Nelle orecchie, incessante e impetuosa, la voce unisona con cui si invocava il gol. Arrivó. Ne arrivarono tre. Nessuno, peró, memorabile come l'ultima scenografia realizzata dagli AS Roma Ultras, il gruppo che mise i sottotitoli al film cult. Al kolossal dell'anno precedente.

Spettó proprio alle note di quella accordatissima Chitarra, quella sera, accompagnare e cullare una Roma effimera, tra le più magiche del nuovo Millennio.

 

Dario Bersani

@dariobersani