Cento anni fa nasceva un pezzo di As Roma... la Fortitudo

08/12/2008 alle 10:31.

IL ROMANISTA (MASSIMO IZZI) - Quando cento anni fa nel cortile della scuola Pio IX si decise il nome da dare al sodalizio ginnico sportivo che avrebbe dovuto rappresentare l’Associazione del Sacro Cuore di Gesù in Borgo, una delle prime proposte, prima di arrivare al fatidico “Fortitudo” (ideato dal giovane Luigi Bissignani) fu quello di “Giovane Roma”. E il piccolo villaggio di Borgo, nel 1908 era davvero un mondo giovane, in cui Fratel Porfirio s’innamorava di uno strano gioco praticato dai seminaristi inglesi a Villa Borghese. I sacerdoti usavano il soprabito per i pali delle porte, poi si gettavano in feroci mischie nelle quali nascondevano la palla sotto la tonaca. Nel 1911, le idee su come utilizzare il pallone erano decisamente confuse, a Piazza d’Armi si ingaggiavano ancora gare di Kicking the football, con gli atleti che si sfidavano a lanciare più lontano la sfera di cuoio …. 28, 34 … 42 metri. Eppure in Fortitudo impararono presto ad utilizzare correttamente il nuovo balocco. Al Campo della Madonna del Riposo, i ragazzi arrivarono con gli scarpini al collo e la maglietta rossoblu indossata con orgoglio. A volte, nelle trasferte, qualcuno doveva anche preoccuparsi di trasportare pali e traversa, che, ambitissimi, venivano gelosamente custoditi in ricoveri segreti.

E il piccolo villaggio di Borgo, nel 1908 era davvero un mondo giovane, in cui Fratel Porfirio s’innamorava di uno strano gioco praticato dai seminaristi inglesi a Villa Borghese.
I sacerdoti usavano il soprabito per i pali delle porte, poi si gettavano in feroci mischie nelle quali nascondevano la palla sotto la tonaca. Nel 1911, le idee su come utilizzare il pallone erano decisamente confuse, a Piazza d’Armi si ingaggiavano ancora gare di Kicking the football, con gli atleti che si sfidavano a lanciare più lontano la sfera di cuoio …. 28, 34 … 42 metri. Eppure in Fortitudo impararono presto ad utilizzare correttamente il nuovo balocco. Al Campo della Madonna del Riposo, i ragazzi arrivarono con gli scarpini al collo e la maglietta rossoblu indossata con orgoglio. A volte, nelle trasferte, qualcuno doveva anche preoccuparsi di trasportare pali e traversa, che, ambitissimi, venivano gelosamente custoditi in ricoveri segreti.
Per insegnare a calciare con i due piedi, gli allenatori privavano i più giovani della scarpa destra, obbligandoli a colpire con il sinistro. La doccia, dopo gli allenamenti, si faceva in una botte, all’aperto, sotto gli occhi degli amici che seguivano le gare. Tutto era agli inizi e per questo puro, affascinante, infaticabile. Persino durante la prima guerra mondiale, la Fortitudo continuò a marciare.Fratel Porfirio si recava personalmente a prelevare gli atleti che tornavano dal fronte riportandoli al campo, alla vita…
Era il tempo i cui ci si vergognava di parlare di soldi.
Nella prima occasione in cui quelli di Borgo provarono a far pagare il prezzo del biglietto, sulla piccola porticina d’ingresso del Campo comparve un cartello: “Per entrare bisogna pagare 0,50 lire”. L’incasso fu di 2,50 lire, visto che i due ragazzi al botteghino ebbero solo il coraggio di far pagare il presidente della Fortitudo, il Marchese Giovanni Sacchetti e i parenti di Sansoni, uno dei giocatori rosso-blu.
Quella squadra era una famiglia e come tale veniva gestita. Un bel giorno, quando capitan Attilio Ferraris s’infortunò e venne costretto ad un ricovero a letto, nella palazzina di Via Properzio si scatenò un vero pellegrinaggio …. Uno degli inquilini, sfinito, fu costretto a precisare per iscritto: “Attilio è al secondo piano”. Fatico a credere che in questa Roma del 2008 non ci sia più spazio per i ricordi della Fortitudo, del suo piccolo mondo, fatto di strade pulite, di poche macchine e del suono di motori che si avvertivano lontani. Fatto dei volti belli, giovani sorridenti di Attilio Ferraris, Degni, Corbyons, De Micheli, Alessandroni, Sansoni, “Uccio” Forlivesi …
L’anno scorso in una bancarella a Porta Portese comprai per pochi euro una medaglia celebrativa della Fortitudo del 1935. Pochi euro, pensai perché non c’era quasi più nessuno capace di riconoscere che il Leone che ruggisce al cielo sorgente è lo stemma della Fortitudo.
L’augurio per i tuoi cento anni, dunque cara Fortitudo lo faccio a te, ai pochi che portano avanti la fiaccola della tua storia, ma soprattutto alla città di Roma, perché nei suoi amministratori, recuperi quella memoria senza cui non esiste futuro, né la possibilità di vivere quelle altre meravigliose storie che ancora puoi raccontarci.