Lo scudetto dei capitani

29/12/2017 alle 09:01.
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IL TEMPO (A. AUSTINI) -  ha accettato di vincerne uno in 25 anni pur di mantenere il suo patto d’amore con la Roma, non ha mai ceduto alla tentazione di andarsene per provare in tutti i modi a festeggiarne uno prima che sia troppo tardi. Il soggetto mancante è ovviamente lo scudetto, un ricordo diventato ormai ossessione in questi lunghi 16 anni che ci separano dall’ultimo tricolore giallorosso del 2001.

La sconfitta in casa della dello scorso 23 dicembre ha allontanato il sogno, ma non lo ha ancora distrutto. Ne è convinto , che ieri a Dubai ha incontrato proprio Capello, il condottiero dell’impresa della sua carriera a cui tiene più del Mondiale vinto. C’era anche Lippi tra gli invitati ai Globe Soccer Awards, dove l’ex capitano romanista ha ricevuto il premio alla carriera dopo aver tenuto il suo primo discorso da relatore-dirigente. E tra un stretta di mano e un selfie con gli allenatori più importanti della sua carriera, ha provato a ricaricare le pile della squadra ferita. «La Roma – dice – è una candidata a vincere lo scudetto, è una delle 3 o 4 che possono realmente arrivare a contendersi il titolo perché è competitiva e forte. Cosa invidio alla ? Nulla, posso solo dire che loro rispetto a noi hanno lo stadio “personale”». La Roma dovrà aspettare altiri tre-quattro anni per giocare nel suo impianto di proprietà a , ma l’obiettivo è di arrivare a dama prima. «Purtroppo vincere nella Capitale è più difficile – riconosce  a Sky – lo dicono le statistiche. Sarà una chiacchiera leggendaria, però riuscirci a Roma vale 10 volte di più rispetto a tutte le altre città d’Italia».

Vallo a dire a , che s’è affacciato in prima squadra nella stagione col tricolore cucito sul petto ma ha visto fallire i sedici tentativi seguenti. Con tanto di nove secondi posti (compreso quello assegnato a tavolino causa Calciopoli) dal sapore spesso amarissimo. Eppure in lui ha sempre prevalso un pensiero: «E se me ne vado e la Roma vince?». In fondo, è lo stesso spirito che ha spinto  a non cambiare mai maglia, «anche se insieme abbiamo vinto poco» ricorda Francesco (due coppe Italia e una Supercoppa oltre al Mondiale), e ora a Daniele restano da contratto due tentativi per scrivere il lieto fine della sua carriera. Ma rispetto a , si mostra più cauto. «Vincere è un percorso lungo – sottolinea  a Sky – è una parola della quale non si deve abusare. Me l’ha insegnato un allenatore al quale devo tanto come . Si arrabbiava quando dicevamo di vincere, lo si fa tutti i giorni in allenamento, con gli atteggiamenti fuori dal campo, con gli episodi, un tiro, una parata, è tutto importante. Con la un pareggio poteva starci ma se loro vincono da 6 anni significa che sono più forti degli altri. La resta davanti a tutti ma da due anni vedo il è accreditato per vincere, subito dietro ci siamo noi». Con un  «che potrebbe fare più punti di un tecnico magnifico come », un centravanti, «che è un campione assoluto» e la guida spirituale di , «calato bene nel nuovo ruolo grazie al rapporto con Monchi». Un  sempre più positivo, con una parola buona concessa a tutti (persino a Tavecchio… ), per combattere quella negatività che, secondo molti dentro Trigoria – compreso il neo arrivato Monchi – è il vero male da estirpare.