Dalla ‘rivoluzione culturale’ al ‘gatto maculato': 5 anni di Sabatini tra tormentoni e metafore ‘arroganti’

07/10/2016 alle 12:42.
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LAROMA24.IT (Daniele De Angelis) – La fine di un’era. L’addio di non può che essere definito così. Se ne va dopo 5 anni l’ultimo superstite della prima Roma americana. Un personaggio controverso, che ha fatto e continua a far parlare di se, nel bene e nel male. Lascia il suo ufficio a Trigoria dopo 5 anni, senza un trofeo in bacheca, dopo aver vinto e perso duelli di mercato e aver portato a Roma giocatori di livello e altri non all’altezza. Nel mezzo dichiarazioni e voli pindarici di un dirigente che, anche e non solo nei momenti di difficoltà, ha messo sempre la faccia e ha sempre affrontato pubblicamente la stampa (cosa inusuale per un direttore sportivo),  regalando perle, citazioni colte ma anche segni di ‘incontinenza verbale’, tanto per citare il recente confronto a distanza con il ‘collega’ Corvino.

ELOQUIO - Il vizio per l’eloquio che è andato di pari passo con quello (più noto) del fumo. Chi ha visto il film ‘Sin City’ non farà fatica ad associare a Shlubb e Klump, i due rapinatori che discutono con eloquenza di auto. Con la sostanziale differenza che questi spariscono di scena quasi subito dal lungometraggio di Robert Rodriguez, mentre è stato indiscutibilmente un assoluto protagonista di questi 5 anni di alti e bassi della Roma targata USA. 5 anni in cui il ds giallorosso ha dispensato metafore e paragoni. A iniziare dalla sua conferenza di presentazione, datata giugno 2011, il vero e proprio ‘manifesto’ della sua Roma, che nelle velleità del allora neo-ds doveva passare attraverso una “rivoluzione culturale” (“Ma senza prendere in mano il libretto di Mao”) e diventare una squadra “arrogante” e “potente”, due degli aggettivi più usati (e abusati) in questi suoi anni di gestione. Un progetto, anche se ha dimostrato di non gradire quel termine (“Nel calcio non esistono, c’è solo il lavoro quotidiano”), che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto avvenire in maniera rapida (“Non sarà un piano quinquennale di staliniana memoria, ma un’affermazione più veloce”).

SOLE SUI TETTI, MENESTRELLI E FENICI – 5 anni di epiteti, citazioni letterarie, metafore, per spiegare la sua visione del calcio (“Per me il pallone è una sfera magica, l’Aleph di Borges, ci vedo l’universo intero, mentre altri notano solo la sfera di plastica”) o il suo modo di lavorare (“Le mie notti non sono esattamente quelle del principe di Condè”). Tante le memorabili definizioni che sono entrate di diritto nel lessico ‘sabatiniano’. In primis quella che il ds ha coniato per , “il sole sui tetti di Roma”. Oppure le sue uscite per il caso , con l’agente Moussa Sissoko che venne apostrofato come un “menestrello senza corte che lo alberghi”. D’altronde la difensore marocchino d’altronde fu quella in cui prese esplicitamente una posizione dura (“30 milioni? E’ la valutazione del suo piede sinistro”). Quando tornerà a proporsi di nuovo alla Roma, nell’escludere il suo ritorno lo bollerà come un “fenicio” che “sta facendo il suo mercato per luglio. Ma il Bayern non lo cede, toglietevi questo nome dalla testa”. Senza poi dimenticare Marco Borriello, un calciatore “forte” che però nella sua idea di Roma non avrebbe trovato spazio e venne bonariamente definito come “un problema”. Ma anche la sua difesa di Pablo Osvaldo, un “personaggio in cerca d’autore” che il ds ha cercato, nonostante tutto, di salvaguardare: “La Roma Montessori fa così, il mio è un bieco tentativo di aiutarlo”.

RECITE DI FINE ANNO – Un vizio per l’eloquenza, per il linguaggio ricercato e spesso fuorviante, che a volte si è unito ad un’estrema sincerità. “Venire qui non era il mio sogno nel cassetto. Non dormivo con la foto di Giacomino Losi in stanza…Vi evito le solite banalità”, fu il suo biglietto da visita. Fu sincero anche quando tentò di spiegare alcune decisioni sofferte. E’ stato così ad esempio per il caso dell’addio di Erik Lamela, “aggredito da una società italiana” di cui non fece il nome, anche se l’associazione con il (confermata poi dalle indiscrezioni del giorno dopo) fu sostanzialmente immediata. O ancora, quando dopo la celebre conferenza di prima di Roma-Palermo fu il primo a criticare le parole del tecnico:  “Diciamo che ha lavorato sempre benissimo e ha avuto dei problemi nel saggio di fine anno”. Sincerità estrema che spesso è stata un’arma a doppio taglio. Lo fu ad esempio nel caso di Zeman. “L’esonero è una possibilità remota, ma esiste”. Più che un ammissione di come la società avesse ormai deciso di scaricare il tecnico boemo. O ancora quando ammise di aver sbagliato la sessione di mercato di gennaio 2015, quella di , e Spolli. “Un mercato partito un po’ in ritardo”, ammise all’epoca. “La squadra paga i miei errori”, disse poi dopo l’uscita di scena dall’Europa League con quel 3-0 incassato in casa dalla . Per non parlare poi della strenua difesa di : "Non scorrerà il suo sangue", disse dopo quel Roma- che aveva di fatto rimandato l'addio del tecnico francese. “Se affonda lui, affondiamo tutti”, ribadì .

RESA poi è effettivamente affondato, ma grazie a Roma poi ha ripreso la rotta corretta. Ma  l’”ammiraglio” ha ormai deciso di abbandonare la nave. E’ dello scorso 19 marzo la prima dichiarazione di addio: “Ho chiesto la rescissione del contratto, si è mostrato disponibile”. Addio certificato e ribadito nella recente intervista alla Gazzetta dello Sport: “Percepisco uno scollegamento tra me e , ma non posso rompere oggi, lo farò quando sarò a posto con la mia coscienza. Comunque io non ho mai parlato di dimissioni. In un primo momento lui aveva accettato, poi ha cambiato idea. Per un certo momento mi sono sentito un prigioniero, negli ultimi tempi però ho trovato tante persone che mi hanno aperto gli occhi nell'individuare i problemi, le potenzialità. Mi hanno dato speranza. Una cosa però è certa: questo è il mio ultimo anno alla Roma e io continuerò a fare il d.s. alla mia maniera. Non sono commissariabile”. Sincerità estrema fino all’ultimo secondo. Il resto è storia recente, con l’ultima campagna acquisti proseguita tra luci ed ombre e quella manovra “a coda di gatto maculato” per cercare di trattenere i migliori, che alla fine, anche per circostanze esterne, non è andata a buon fine. Sembrano lontani i giorni in cui negava con forza l’ipotesi di una separazione anticipata per lui che, per la prima volta in carriera, aveva accettato un contratto triennale. “La Roma è il mio tumulto giornaliero. Vado via se mi crollano i polmoni”, diceva nel febbraio 2015. Il giorno dell’addio è invece arrivato e oggi parlerà per l’ultima volta da dirigente della Roma. E, considerati i precedenti, i fuochi d’artificio sono assicurati.