Roma-Cagliari visuale Curva Sud

18/12/2017 alle 12:11.
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LR24 (GIANVITTORIO DE GENNARO) - Ha segnato Federico . Al novantatreesimo minuto e diciassette secondi. Sotto la . E dopo il primo, roboante urlo quei due minuti e ventotto secondi di attesa e immagini da rivedere, di cuori dai battiti sospesi e speranze. Ma soprattutto quei due giri abbondanti di orologio sono stati questione di mani. Le mani dei romanisti. Alcune giunte come in una silenziosa preghiera, altre poggiate sulle ginocchia di chi aveva lo sguardo rivolto verso il basso, alcune a stringere con ancor più forza una bandiera mentre qua e là c’erano occhi lucidi a specchiarsi dentro nuvole che sembravano essersi fermate anch’esse. “Non è mano, è petto”, la voce del colosso argentino capace di risuonare nelle orecchie dei presenti e non, mentre il direttore di gara si avvicinava velocemente al piccolo schermo per decidere le nostre sorti. Poi le nubi si sono diradate in un istante come se anche loro avessero voluto ammirare quelle migliaia di mani chiudersi in altrettante migliaia di pugni chiusi. Sintomo di una pazza gioia che c’è sempre, altro che mai.

Nonostante una partita in cui la Roma ha dominato senza domare l’avversario, forse la meno bella degli ultimi mesi. Almeno fino a quando le mani si sono strette in pugni, quelli di un comandante inseguito dal suo capitano poliglotta e dietro loro la corsa disperata di tutti gli altri, a partire da un greco dallo sguardo incredulo, quasi timoroso. Uniti in un abbraccio che ha mille e più significati. E davanti a loro una Guernica giallorossa che a differenza del capolavoro picassiano non è stata simbolo di dolore, ma di un qualcosa di meravigliosamente ignoto, di un “Dimmi cos’è” che è intimo e inspiegabile.

La Roma ha segnato due volte: su cross pennellato di Kolarov e dopo una sbilenca respinta di un Cragno capace di neutralizzare un rigore di . Roba da pochi, anzi roba da Cragno e basta. E diversi minuti prima con quel “Forza Roma alè, forza Roma alè” risposta istintiva della dopo l’errore dagli undici metri, come ad indicare la strada maestra e spingere quegli uomini di giallorosso vestiti a non mollare mai. A lottare e vincere insieme a loro. Per loro. E mentre tanti vedevano palesarsi inesorabilmente l’ennesima serata di rimpianti e occasioni buttate alle ortiche della nostra storia, altri avevano continuato a cantare senza sosta, senza tregua. Cantavano per esorcizzare una notte insonne, di quelle che lasciano l’amaro in bocca e si trascinano per giorni interi. “Voglio solo star con te, voglio vincere e cantar per te” dal trentacinquesimo al quarantatreesimo minuto del secondo tempo per ricordare a qualche smemorato quanto i romanisti siano capaci di tifare per la Roma soprattutto quando le cose non vanno bene. Perché quando alcuni vedono nero, loro invece chiedono i tre punti con tutta la forza che hanno in gola. E così mentre Kolarov poggiava la sfera sul manto verde, i romanisti continuavano a credere in una serata speciale, di quelle a cui non ci si abitua mai. “Forza Roma, forza Roma, forza Roma facci un gol” mentre la palla partiva dal sinistro del serbo per infrangersi prima contro i pugni di Cragno e poi sul petto del comandante per finire dove dovrebbe sempre finire una sfera. Nella rete, sotto la gremita di passione e bandiere. Il boato incredulo e l’incredulità nello scoprire che novanta e più minuti di attesa non erano bastati.

Ma i romanisti non si stancheranno mai di aspettare, come la volpe aspettava il suo piccolo principe. E’ una questione di riti e mani destinate a chiudersi in un pugno. Come quelle di un bambino alle prese con la sua prima volta all’Olimpico e quei piccoli pugni aperti per raccogliere quella gioia e abbracciare con tutta la forza la gamba del padre. Hanno segnato i romanisti e hanno esultato non una, ma ben due volte. E quell’esultanza mozzata dal dubbio finalmente ha potuto riprendere il suo inesorabile percorso, quello che da tanti anni inizia con un “ooooh” fatto di mani in vibrazione trepidante. In loro saranno ad aspettar.

@g_degennaro - In The Box