ALISSON: "Sono nel momento migliore della mia carriera, alla Roma per vincere"

26/12/2017 alle 13:55.
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GLOBOESPORTE.COM - , della Roma, ha rilasciato un'intervista al portale brasiliano in cui parla della sua stagione in giallorosso e della sua esperienza in Nazionale. Queste le sue dichiarazioni:

Ha avuto l'impressione che ci sia stata una certa sfiducia nei suoi confronti, nonostante la sua alta considerazione nella Seleção?
Che non mi si conosca così tanto è dovuto alla scorsa stagione, quando ho giocato poche partite a Roma e in competizioni meno note. C'è stata un po' di sfiducia, ma non dico che mi ha fatto del male, non ne ho ricevuto alcun danno, sia dal punta di vista tecnico che da quello del morale. Ho giocato quasi due stagioni all’Internacional, il 2015 è stato il mio anno di massima visibilità, tra Libertadores, Brasileiro e Seleção. Oggi ho l’opportunità di mettermi più in mostra. Nella Nazionale non ho molto lavoro da fare, fortunatamente la squadra gioca un calcio consistente. Alcuni mi accusano di non fare tante parate. Per fortuna possiamo continuare con questo ritmo. Sarò pronto quando avranno bisogno di me.

Le critiche sembrano essere cessate, vero? Pensa di aver superato questo momento di sfiducia?
Ma ho superato tutto fin dall’inizio, ho sempre dimostrato di essere nella giusta condizione. Ho fatto l'intera trafila nelle nazionali giovanili, chi mi conosce non mi scopre oggi. Quando Tite è stato campione sudamericano con l’Internacional (2008), ho fatto un po’ di allenamenti tra i professionisti. Poi ci siamo incontrati di nuovo in Nazionale. Dunga ha anche lavorato con me all’Internacional. Sono nel miglior momento della mia carriera, sta andando tutto molto bene nel campionato italiano. Ci siamo qualificati per primi in un gruppo di , che tutti consideravano impossibile e ho dato il mio contributo, soprattutto contro l’Atletico , una delle partite più belle della mia vita. Sono contento di aver voltato pagina rispetto alla stagione scorsa e spero di arrivare ai Mondiali. Non come il migliore all’unanimità, qualcosa che non esiste, ma con il parere favorevole della maggioranza dei tifosi.

Nella partita contro l’Atletico , Filipe Luis si è lamentato del fatto che hai parato di tutto…
Filipe è un grande amico, un grande giocatore e una grande persona. Quando è stato il sorteggiato il gruppo, mi ha telefonato. Mi ha detto che molti festeggiavano, ma che secondo lui erano capitati nel gruppo sbagliato. Perché c’erano solo buoni portieri: Oblak nella sua squadra, Courtois nel Chelsea e io a Roma, secondo lui sarebbe stato un gruppo con pochi gol (ride, ndr).

Hai detto che ti sei allenato con Tite per quasi 10 anni all’Internacional. Pensi che ti stesse già immaginando come per il futuro? 
È una bella domanda. Ero un ragazzino che si faceva strada per allenarsi con i professionisti, non so se si ricorda di me. Avevo buone prospettive a 16 anni, è stato il periodo in cui ho iniziato a giocare per davvero e sono stato chiamato alle nazionali giovanili, ho iniziato la mia strada e sono sempre stato molto felice.

Qualche tempo fa hai avuto problemi di peso, vero? Come hai vissuto i dilemmi di un adolescente? 
Ho preso tutto sul serio, perché ho sempre preso molto sul serio il calcio. Sin da quando ero piccolo, ho sognato in grande e ho avuto degli obiettivi. Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, altri invece erano già a 5. Ho sofferto molto per via del gap a livello fisico, c’erano altri portieri più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, ho iniziato a comportarmi in modo maturo. E ho guadagnato forza, tant’è che quando ero giovane mi sono allenato nelle juniores, poi sono passato tra i professionisti.

Avendo già lavorato con Dunga nel 2013 all’ Internacional, quanto è stato importante la sua chiamata nel 2015 nella Seleçao?
Credo che il fatto di aver già lavorato insieme non sia stato il fattore principale, lo era invece per quanto avevo fatto nel 2015, la stagione in Libertadores. Sfortunatamente non abbiamo vinto il titolo, è stato frustrante. Avevamo una squadra esperta e giocavamo un bel calcio, ma siamo stati eliminati dal Tigres, una squadra molto forte. Sicuramente mi ha aiutato lavorare con Dunga. Nel 2013 ero tra la terza e la quarta scelta. Ho sostituito Muriel e c’erano ancora Agenor e Lauro. Dunga mi ha schierato contro il Cruzeiro per testarmi. Sono stato il migliore sul campo quel giorno e da lì mi sono fidato di lui. Poi ho dovuto conquistare la fiducia di Tite.

Hai lavorato con tecnici abbastanza diversi. Dunga, Tite, anche Abel Braga nell’Internacional.
In quella stagione ero in concorrenza con Dida, non uno di secondo piano. Ho avuto la fortuna di lavorare con un grande uomo, che ha fatto la storia ed è ancora un amico. Dunga mi ha premiato promuovendomi terzo , Abel Braga invece mi ha fatto giocare nel 2014, in quel periodo mi stavo allenando molto bene. Dida fu espulso contro il Fluminense, entrai e feci una grande partita. Vincemmo e chiudemmo la gara a porta imbattuta. L’anno dopo ero già in Nazionale.

Quale messaggio di Dunga ti ha reso più ansioso? Quando ti ha avvertito che avresti debuttato come professionista nel 2013 per l’Internacional, o per fare il debutto in nazionale nel 2015? 
Erano tempi diversi. Nel 2013 ero appena arrivato tra i professionisti, il mio sogno più grande era indossare la maglia dell’Internacional in una partita ufficiale. È stato gratificante, una grande responsabilità. Quando però Dunga mi ha annunciato che avrei giocato contro il Venezuela, quello è stato il momento più bello della mia carriera. Non potevo dirlo a nessuno, l’unica persona alla quale lo dissi era mio fratello. Grazie a Dio è andato tutto bene.

Dunga ti ha trattato in modo particolare in qui momenti o era il solito Dunga?
No no, Dunga spesso appare spavaldo ma è una persona fantastica. Lavorare con lui è stato un piacere. Ha una personalità forte, vuole vincere sempre, ma mi ha dato anche equilibrio. Fino ad oggi è sempre stato obiettivo: “Ho scelto te per giocare, continua a fare quello che fai vedere negli allenamenti e a dare il meglio. Vedrai che andrà tutto bene“, mi disse. Anche Taffarel e Jefferson (rispettivamente e terzo della Seleçao, ndr) mi hanno dato tranquillità e aiutato molto. Mi tolgo il cappello davanti a lui, era già un consacrato che aveva perso un po’ di spazio, mi ha dato molto sostegno. Siamo in contatto ancora oggi. Avevo 22 anni e non posso dire che la maglia della Seleção non pesi. Pesa eccome. Ho pregato molto anche per questo.

Cosa pensa invece di Tite? Quale peculiarità ha maggiormente influenzato questo cambiamento che ha avuto la selezione brasiliana? 
Tite è un allenatore molto attento ai dettagli, si preoccupa di ogni aspetto, dentro e fuori dal campo. Per lui ogni ingranaggio deve essere sincronizzato. Si prende cura dell’aspetto personale di ognuno. C’è stato un momento in cui gli chiesi un permesso per dei problemi familiari. Me l’ha concesso e poi si è interessato del mio problema. Si prende cura non solo del giocatore, ma dell’uomo. Abbiamo anche dei sentimenti, a volte ci feriamo. Abbiamo imparato ad affrontare tutto, ma è molto stressante indossare la maglia della Seleção. Tifosi e giornalisti sono molto esigenti perché è una nazionale vincente, i giocatori l’hanno portata a questo punto e spero che sia vincente anche il gruppo attuale.

Ha detto che è ancora in ottimi rapporti Dida. Ci dà quell’impressione fredda, di uno che parla poco. Come ha rotto quel ghiaccio? 
E’ Dida che rompe il ghiaccio, è uno molto giocoso. All’Internacional c’erano tre giovani portieri e con lui c’è stata una buona convivenza, abbiamo legato molto. E’ una persona molto umile e la sua freddezza è una virtù. Mi piace contenere le emozioni. Anche se fai una bella parata, 30 secondi dopo devi difendere nuovamente la porta. E lui era un maestro nel gestire le emozioni.

In effetti, è difficile vedere dei suoi gesti eclatanti in campo. Meglio tenere un profilo basso? 
Mi piace molto semplificare le cose. Il calcio è semplice, lavoriamo ogni giorno per rendere tutto più facile. Si dice che non faccia parate miracolose, invece preferisco rendere le cose più semplici e discrete,, sia dentro che fuori dal campo. Sono discreto nelle parate e nei gesti. Preferisco incoraggiare un difensore che sbaglia e parlare obiettivamente, senza offendere o rimproverare. Ognuno reagisce in modo diverso. Quando c’è più intimità puoi anche forzare un po’, ma senza dare colpe a nessuno. Preferisco tirare su di morale i miei compagni, questo è il modo giusto per far crescere la squadra.

Le sue parate più importanti in Nazionale? 
La più significativa c’è stata contro l’Argentina, al Mineirão, su un tiro da fuori area. Eravamo ancora 0-0, e poco dopo abbiamo segnato. Contro l’Uruguay, ho parato un calcio di rigore a Suárez. Eravamo sul 2-2 e si è trovato faccia a faccia con me. E poi contro il Paraguay penso di aver fatto le due parate più difficili, una su un colpo di testa e un’altra su un calcio di punizione.

Ora sei titolare della Roma, in lotta per lo scudetto. E riguardo ai gol incassati, la sua media è migliore della sua riserva, Ederson del Manchester City. Era così che sperava che andassero le cose?
Stiamo giocando un buon calcio, la mia squadra è cambiata un po’ rispetto all’anno scorso, è più equilibrata, ama attaccare ma difende anche molto bene, se necessario anche con 11 giocatori dietro la linea della palla. Ho fatto delle buone partite, ho aiutato direttamente il gruppo e ora siamo la terza miglior difesa in Europa. Il City, invece, ha un gioco molto offensivo e concede molto in difesa. Qui si tengono molto in considerazione i “cleen sheets”, le partita chiuse senza subire gol. Cercheremo di proseguire su questi ritmi per poter lottare per lo scudetto.

L’Italia ha una tradizione di grandi portieri e Julio César, Dida e Taffarel erano i titolari nella Seleçao quando giocavano lì. Sente un po’ la pressione?
In Brasile lavoriamo più sull’esplosività, sulla forza delle gambe, sulla velocità. Qui invece il lavoro è più accurato, si ci concentra più sulla correzione del gesto tecnico e sul posizionamento. Il mister mi chiede di essere sempre ben posizionato, di fare il passaggio giusto, di correre dritto sulla palla. Il lavoro fatto finora mi sta facendo crescere. Dobbiamo adattarci al modo in cui gioca la Seleção, giocando anche molto piedi. Il calcio si è reinventato da solo, il viene sollecitato di più, il calcio europeo in questo senso è molto simile a quello brasiliano. Spero di poter vivere le stesse esperienze di Julio Cesar, Dida e Taffarel. Voglio giocare il Mondiale e vincerlo

E quali saranno i principali avversari, secondo lei? 
Ai Mondiali le squadre si trasformano. L’Argentina cambierà molto rispetto a quanto si è visto nelle qualificazioni, ha una squadra forte e cresce nei momenti decisivi. La Germania è campione in carica ed è la favorita. L’Inghilterra ha forza e velocità, la Francia ha grandi giocatori e un bel centrocampo Sarà un Mondiale molto equilibrato. Dobbiamo concentrarci sulla fase a gironi. Si sta avvicinando e confesso che un po‘d’ansia c’è, ora che il Mondiale è vicino. Nel frattempo lavoro per provare a vincere un titolo a Roma. Sono qui per vincere, spero di fare una grande stagione e raggiungere al 100% la Coppa del Mondo.

Ha vissuto la sofferenza dei giocatori italiani dopo la loro mancata qualificazione ai Mondiali? Com’è andata? 
E‘ stato un momento molto complicato. Ho visto la loro partita a Londra, giocavamo lì un’amichevole, ho sofferto molto a vedere le lacrime di Buffon. L’uscita di scena dai Mondiali non macchia la sua storia. Per noi, dal punto di vista sportivo, è una rivale in meno. Ma vivo qui e vedo nei miei compagni di squadra italiani, , , e Pellegrini, una grande frustrazione. Soprattutto , uno a cui non piace perdere. Ha sofferto molto, ma è un campione del Mondo un professionista al top è un piacere giocare con lui. Cosi come è stato un piacere giocare con , un’altra leggenda.

Una curiosità personale: Ramses è il suo secondo nome o è un cognome? 
È il mio secondo nome. Il cognome è Becker, di origine tedesca.

E perché questo nome? I suoi genitori erano appassionati di Egitto? Ramses era un importante ...
Non c’è un motivo speciale. Mio padre voleva che il mio nome fosse Ramses, ma mia madre scelse .

Se l’idea di padre avrebbe prevalso, avremmo avuto un Ramses come della Seleção…
Avrei usato solo il cognome (ride, ndr).

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