"Ridatemi Totti"
IL MESSAGGERO (UGO TRANI) - Il teatro è l’Aula Magna di Coverciano, l’attore è Antonio Cassano. C’è anche la sua spalla, la preferita qui in azzurro, Gigi Riva. La platea è ben disposta, alla fine c’è chi gli dirà bravo. Il barese, davanti alla categoria che più disprezza (a differenza di altri, almeno ha il coraggio di dirlo), recita alla grande. Proprio come fa in campo quando inventa dal niente, con il suo talento infinito, i colpi più incredibili. Interpreta al meglio il nuovo personaggio, la conversione che gli potrebbe aprire le porte del paradiso del calcio nazionale e internazionale . Battute del repertorio, esclamazioni volgarotte e sorrisi in serie. Anche tanti rimproveri a se stesso più che agli altri, per ricevere consensi pure da chi ancora non si fida del mutamento. Fa divertire, dà i titoli, egoisticamente è quello che interessa ai media, regala smorfie, buone per le telecamere. Ha tre momenti di sincerità assoluta. Il primo: «Riparlerò tra quattro anni: non mi va di essere banale». Dentro di sè ha cose impossibili da dire: tradirebbe la fiducia di tanti. Il secondo: «Non consiglierei mai a mio figlio di fare il giornalista». Scontato, ma vero. Infine il terzo: «Se mi capiterà di nuovo di sbagliare, non accanitevi». Vuol dire che si conosce e anche bene. «Sono un altro». Lo ribadisce in continuazione. Bisogna credergli e basta. Non si può credere, però, a tutto quello che dice, specialmente ai pochi passaggi dedicati al suo passato. La memoria lo aiuta quando dice che ha commesso «disastri inenarrabili», non quando assicura che «però in azzurro ha sempre rispettato tutti, allenatori, magazzinieri e giornalisti. Vero Gigi? Tu sei testimone». Chi lo potrebbe smentire non è più qui, ma troppi nella platea se lo dimenticano. O non fa comodo ricordarlo. Triste, ma vero. «Da tre, quattro anni sono cambiato. Sì, da quando sono a Genova». Speriamo. Per lui, soprattutto. E per Prandelli che ha scommesso sulla sua qualità dal primo giorno. E per la nostra nazionale che ha bisogno di un campione e non solo di gregari per tornare competitiva. Prima del cambiamento, Cassano ne ha fatte di tutti i colori. E’ lui che rilegge le pagine peggiori, non solo con l’Italia: «Ho fatto danni, in particolare con Capello. In nazionale entravo e uscivo, ma sempre per colpa mia. Mi devo prendere tutta la responsabilità di quegli errori. Ora sono qui, più sereno, per riprendermi il tempo perso. Sono sulla strada giusta. Non mi va di parlare del passato. Non sono un terrorista, nè uno che ha sempre rovinato gli spogliatoi. Ma le polemiche non mi interessano: guardo al presente che è bello e al futuro che spero possa essere anche migliore». L’errore più grande: «Credevo di poter vincere le partite da solo. Ma solo uno ne è stato capace: Maradona. Mi sentivo come Diego e non lo ero. Giocavo per me stesso: colpi a effetto tunnel e altro. Quando l’ho capito e mi sono fatto aiutare dai compagni, sono diventato più forte. Poi se non faccio più i numeri, sbaglio. Se li faccio, pure. Cassano è così: non sta mai bene quello che fa». La sua etichetta azzurra: «Sono l’uomo degli Europei... Ma mi piacerebbe giocare anche il prossimo mondiale. Altri quattro anni li garantisco, poi basta: e chi ce la fa». Totò ha qualche sogno. «Quello calcistico è diventare importante per la Nazionale».
Quello, forse, ormai irrealizzabile: «L’altro giorno dicevo al mio manager quanto mi ero divertito in campo con Totti quando ero con la Roma. Mi piacerebbe un giorno giocare ancora con lui. Visto che non è possibile in giallorosso, qui in Nazionale. Anche per beneficenza. Attenzione: non voglio mettere in croce Prandelli. Ma solo con Totti ho segnato ventuno gol: così tanti perché me li ha fatti fare lui. Non siamo più amici come prima, come uomo e giocatore, però, niente da dire. Se viene, corro pure per lui, tanto mi fa vincere le partite, e gli dò il dieci. E io scelgo il ventidue: il matto». Quel 10 non gli interessa: «I numeri non vogliono dire niente. Me l’ha dato De Rossi, dicendomi che lo dovevo prendere perché ero quello con più qualità. Daniele fece bene a prenderlo a Roma contro l’Ucraina, per il pubblico». Ancora su De Rossi: «Daniele è il leader con Chiellini. Per la personalità e perché se deve dirti una cosa te la dice in faccia. Qui io mi prendo le mie responsabilità, ma non mi carico la nazionale sulle spalle. Da solo non basto e non mi sento leader». Su Lippi fa scena muta: «Io sono orgoglioso, ma non mi va di parlare del mondiale e di chi c’era prima. Io sto bene con Prandelli: è stato straordinario con me. Come uomo. A Roma mi comportai male con lui, ma adesso mi ha fatto sentire a mio agio. In campo mi sento seconda punta, ruolo su cui mi ha convinto Del Neri, togliendomi di squadra perché non accettavo quella posizione. Quando ci ripensai, mi ha ridato spazio e ho fatto subito sei gol». Fa vedere la fede all’anulare: «Dovrò dire grazie a Carolina per l’eternità: mi ha cambiato la vita. Mi fermo qui perché questo discorso mi emoziona». Come Totti, vuole tanti figli. «Sarò un buon padre, questo lo so già: ma a loro direi come ci si comporta facendo riferimento a quello che ho fatto dai venticinque anni in poi». Protegge Balotelli: «Non posso certo io fargli da chioccia. Gli darò qualche consiglio. Gigi lo ha messo in riga alla prima convocazione. Ma ha vent’anni, lasciatelo in pace e non fate cinema per ogni cosa che combina». «Mi piacerebbe essere decisivo, come in Estonia, giocando bene solo per tre minuti. In finale all’Europeo o al Mondiale». Assicura che i suoi colpi sono sempre in canna: «Quelli li farò sempre. Ma non potrò essere terzino. Mancano i campioni: i bambini li fanno giustamente studiare, ma devono anche divertirsi con il pallone. Ho letto che anche Bolt vuol fare il calciatore. Lui va veloce per cento metri, ma poi il campo finisce. E se non ha qualità...». Racconta una cassanatina, il telefonino rubato a Riva: niente di che e scherzo nemmeno ultimato. Saluta a modo suo: «Mi avreste massacrato se non avessi fatto gol. Lo so. Qualcuno ha scritto che lunedì invece di venire qui sono andato al mare con mia moglie». A Bruno Gentili, telecronista Rai, personalizza il messaggio: «Una volta che segno, mi oscurate». Va via ancora con Riva che lo aveva accompagnato sul ring, come fa l’uomo dell’angolo con il pugile. Ma a convincerlo all’incontro con i media non è stato Gigi ma Prandelli, appoggiato da Valentini, direttore generale della Figc. Date a Cesare quel che è di Cesare
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